Il giorno che hanno cancellato mio figlio
Questo è un racconto di Giuliano D.M., tratto da “Noi genitori e figli” inserto di “Avvenire” di febbraio 2007
Sò che l’argomento è spinoso ma penso che chiunque faccia la scelta dell’aborto bene o male è già nato … ed anche, e soprattutto, che un figlio sia frutto di due genitori che, pertanto, ne hanno una buona metà per uno di responsabilità!!!!
Inoltre le ultime notizie di cronaca (1, 2) mi hanno lasciato particolarmente turbato e penso valga la pena leggersi questa lettera di un futuro papà…
«Se avrete fede grande quanto un granellino di senapa, potrete spostare le montagne, potrete sradicare i gelsi…”.
Io non lo so quanto è grande questa benedetta senapa, ma so che per una settimana, una settimana intera, ho pregato con tutta la fede che avevo. Dio, che legge nei cuori, ha visto che ce l’ho davvero messa tutta, la fede che avevo. Pregavo incessantemente, giorno e notte. È successo quando si andavano definendo i dettagli del piano volto a cancellare mio figlio. Avevo fiducia in Dio, avevo messo il mio piccolo nelle Sue mani, e questo pensiero era l’unico che mi donava un po’ di serenità e che riusciva a farmi fare qualche ora di sonno in quell’orribile periodo.
Mio figlio oggi avrebbe 3 anni e 7 mesi. Invece è morto 4 anni fa, mentre io pregavo, e questa è la cosa che più non mi spiego. Che mi ha fatto per la prima volta dubitare della veridicità del Vangelo. Ma che mi ha sbattuto in faccia la bruttezza di Satana e l’importanza dell’insegnare Amore alle persone, in questo mondo dove ce n’è così poco. Vado per ordine.
Partendo dal giorno più bello della mia vita: quello in cui mi sono innamorato. Era una ragazza bellissima che aveva negli occhi una luce abbagliante. Fortunatamente, la campanella era suonata anche per lei e in questi casi si dice: più felici di così non si potrebbe essere… E invece, il Signore ci ha smentiti regalandoci dopo qualche mese la gioia di un’attesa incredibile… nostro figlio! Infatti, all’inizio non ci credevamo. Ma dopo qualche giorno di tempo per “riprenderci” dalla notizia, abbiamo iniziato a progettare le fondamenta della famiglia più felice del mondo, parlando con i nostri amici sacerdoti che ci hanno infuso tanto coraggio. Poi, dopo un altro po’, abbiamo deciso di fare partecipi della nostra gioia le persone a noi più vicine, prima tra tutte la mamma della mia fidanzata.
Io la faccia che ha fatto quella donna quel giorno non me la scordo finché campo. Ha iniziato a chiamare mio figlio “guaio”, “vergogna”. Ha continuato piangendo, dicendo che quando suo marito l’avrebbe saputo sarebbe morto. Dal dolore. Io assistevo, spettatore, a quel dramma che non capivo e che sentivo lontanissimo da me. Ma non c’era verso. Dentro di me davo delle giustificazioni, in effetti è una notizia che ha bisogno di essere metabolizzata, ma — mi chiedevo — che specie di reazione è, da parte di una donna che ha appena saputo di essere diventata nonna? Dopo un paio di giorni, sono stato convocato. Mi presento e trovo una donna che ha la stessa faccia triste di quando l’avevo lasciata ma è assai più fredda. Mi impone di non parlare più con la ragazza che amavo, perché avrei potuto influenzare le sue decisioni. Trovarmi in mezzo a discorsi per me assurdi mi ha fatto davvero uscire un po’ di senno.
Mio figlio è morto, e io non ne ho mai capito il motivo. Perché non è stato per un incidente, perché non era ammalato. Mi hanno spiegato che in Italia c’è una legge che autorizza le mamme a disfarsi dei loro bambini, senza che il loro papà possa dire cosa ne pensa. Tante volte me l’hanno spiegata, ma proprio non capisco. Dev’essere per il fatto che non rientra nei miei concetti di Giustizia. Nel frattempo la luce negli occhi della mamma più bella del mondo si andava gradualmente spegnendo sotto quei pesanti condizionamenti. Io non ho rispettato l’ordine ricevuto e ho cercato di parlare. Prima con l’amore, poi con le lacrime, alla fine anche con la rabbia derivante dalla disperazione. Ma — pensandoci dopo — non mi ricordo di aver usato parole particolarmente belle, perché dentro stavo impazzendo dal dolore. E iniziato così uno straziante stillicidio, fatto di lacrime e rabbia, rabbia e lacrime. Ci si sono messe pure un paio di “amiche” dell’università: “Ma che fai… ci stai pure a pensare?». E io non capivo come fosse possibile che tante persone che non c’entravano niente si sentissero in diritto di fare del male a mio figlio e l’unico veramente in diritto di poter parlare venisse considerato “nessuno”. Anzi, “privo di ogni sensibilità”. Mi sentivo solo, contro tutti.
Lei si è chiusa in casa, non rispondeva più al telefono. A stento riuscivo a vederla mezz’ora al giorno ma il problema era che le altre 23 ore e mezza lei le passava accanto a persone che non le facevano affatto bene. Ma lei ormai non era già più in grado di intendere e di volere. Aspettava solo che arrivasse il prima possibile il giorno più brutto della sua vita, per “togliersi il dente” e venire violata e violentata. Che pazzia!
Finale: una mattina (mai saputo quale) sono uscito di casa per andare a lavorare, ignaro che quella stessa mattina mio figlio stava uscendo di casa per andare a morire, accompagnato per mano dalla sua nonna e dalla sua zia. E, visto che al diavolo piace proprio divertirsi, dopo ho dovuto anche consolare la stupenda mamma di mio figlio mentre piangeva e si disperava sulla mia spalla in un modo in cui non ho mai visto piangere e disperarsi nessuno in vita mia. Dopo, ho sbagliato anch’io, perché non solo non sono riuscito ad alleviare la sua sofferenza, ma neanche a non trattarla male per ciò a cui aveva acconsentito. Ma questa è un’altra storia, che mi pesa quasi altrettanto sulla schiena, ogni giorno.
Madre Teresa diceva che siamo nati per amare ed essere amati, e negare questi due diritti fondamentali a un bimbo che è parte della nostra vita è uno dei peccati più brutti. Un confessore, una volta, mi ha detto le uniche parole che mi sono sembrate sensate, in mezzo a un mare di banalità che mi pioveva addosso da ogni dove («Ti devi scuotere… la vita va avanti.., è ora di smetterla di piangere… non sentirti responsabile… tu hai fatto tutto il possibile…). Le parole sensate, le uniche che coincidevano con quello che sentivo nel cuore, sono state: «TU DEVI VIVERE PER TUO FIGLIO». L’unica cosa che mi sembrava importante e che mi dava un po’ dì forza era la sensazione di dover fare del mio meglio perché mio figlio — che mi guarda, ne sono certo — potesse essere fiero di me.
Ho corso la maratona di New York, sono stato in missione in Africa, sono andato a Calcutta a pregare sulla tomba di Teresa. Ma, vi giuro, ancora, dopo quattro anni, in quello che è successo non ho trovato nessun senso. E credo che da qui derivi la mia tristezza. Malgrado la quale, ogni volta che ne ho trovato la forza e la possibilità, ho cercato di fare testimonianze, di incontrare gente, di parlare. Perché la cosa più brutta, secondo me, è che di tutto il male che la legge 194 provoca non ne ho mai sentito parlare. E mi chiedo: stanno zitti, tutti quanti? E’ proprio vero che il mondo e resta brutto non per colpa di quelli che operano il male, ma per colpa di quelli che al male non si oppongono con decisione. Per colpa di quelli che tacciono, e non si schierano. Di quelli che soffrono in silenzio, e non condividono.
Nei miei viaggi ho visto bambini mutilati, bambini ciechi, bambini dall’infanzia negata, bambini che chiamarli poveri è un eufemismo, bambini violentati. Ma erano tutti bambini VIVI. Allora ho pensato: «Ma vuoi vedere che i più poveri tra i poveri non sono nel Terzo mondo, ma sono proprio in mezzo a noi?». Chi ha il cuore più povero di una mamma che rifiuta il proprio figlio, senza neanche guardarlo in faccia? Chi è più povero di un medico che prende dei soldi per interrompere le vite dalle pance altrui? È tutto assurdo e per questo non ho dubbi: sono qui i più poveri di tutti, ed è da qui che bisogna partire per rendere il mondo un po’ migliore.
Io vorrei fare davvero qualcosa, che possa servire affinché nessuno debba più subire quello che ho dovuto sopportare io. Io sono convinto che mio figlio sia morto perché la sua mamma non ha trovato nessuna persona che le parlasse dell’Amore vero, della magnificenza dell’Amore di Dio: c’ero io da una parte e dall’altra una serie di persone che la circuivano. Le loro bugie hanno pesato di più, rovinando tre vite con un solo gesto. Penso che — forse — questo dolore possa essermi stato affidato perché venga messo a frutto, e allora vi prego di considerare queste mie esperienze. Parlare di mio figlio o sapere che c’è gente che lo fa mi fa molto bene, perché se se ne parla significa che non è morto, o che non è morto invano.
Saluti radiosi e … di riflessione
